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A proposito di Islam, Europa e Occidente. Intervista a Alexandre del Valle

Professore, dall’8 ottobre, in tutto mondo (Sud America, Australia, Europa, America del Nord, Russia, area MENA) assistiamo a manifestazioni pro-Gaza, pro-Hamas. C’è una “regia” dietro a queste manifestazioni di odio? Chi beneficiano?





Non credo che sia una “regia”, è ovvio che ci sono delle reti, delle mode ideologiche, degli Stati sponsor e delle forze politiche eversive statali e non statali che hanno un ruolo importante, che esistono da decenni, ma che si fanno sentire e agiscono di più appena trovano un pretesto di attualità, come lo si è visto dal 2007, dopo che Hamas ha cacciato l’Autorità nazionale palestinese da Gaza più di una decina di volte. Infatti, anche se il 7 ottobre è stato senza precedenti in intensità barbara e in volume, non è la prima volta che i palestinesi di Gaza scatenano degli attacchi terribili o prendono ostaggi israeliani e fanno attentati terroristici o attacchi di missili destinati a provocare una rappresaglia israeliana “sproporzionata” affinché il mondo “prenda coscienza” della causa palestinese. Le forze statali e non statali sono ben conosciute: durante la guerra fredda, l’Unione sovietica, Cuba, la Cina maoista, la sinistra rivoluzionaria marxista europea, o di governo o terroristica, hanno “lanciato” il “prodotto” ideologico subito dopo il calo mediatico della causa del Vietnam. I famosi comitati Vietnam creati dappertutto nel mondo da queste forze “progressiste” pro-sovietiche sono stati subito trasformati in comitati pro-Palestina.


L’OLP di Yasser Arafat è stata addestrata e sponsorizzata dal blocco comunista e dai regimi arabi nazionalisti socialisti-laici pro-sovietici molto prima dell’Iran, e da lì è nata nella sinistra occidentale l’idea che la causa palestinese sarebbe, dopo il Vietnam, la causa delle cause terzomondiste, la causa così “pura” che meriterebbe di utilizzare la violenza anche terrorista. Da lì nasce il “palestinismo” che demonizza Israele e gli ebrei sionisti al punto di rilegittimare un nuovo antisemitismo che ho battezzato “rosso-verde” nel mio saggio del 2012 Verdi, rossi, neri (trad. it. Lindau). L’alleanza è fra l’islamismo radicale e gli opposti estremismi, l’alleanza degli estremismi antioccidentali opposti. Poi, nel 1979, questa causa è stata strumentalizzata dalla Rivoluzione islamica iraniana sciita, e a partire dagli anni 1980, quando i Fratelli musulmani hanno avuto il diritto di tornare in Egitto e hanno cominciato a diffondere la loro ideologia dappertutto nel mondo arabo, allora la causa palestinese inizialmente considerata di sinistra è diventata più islamica.


Lo si è osservato non durante la prima Intifada del 1987, ancora nazionalista, ma nella seconda, quella detta Al Aqsa, lanciata nella striscia di Gaza, con una collaborazione tra Hamas, nato nel 1987, e le forze combattive di Barghouti, adesso in prigione in Israele. A partire del 2000, la causa palestinese si re-islamizza, e diventa non più la causa degli arabi contro il sionismo israeliano, ma la causa dei musulmani contro gli ebrei. Allora, Hamas riesce, in complementarità con l’Iran, e con l’aiuto globale dei Fratelli musulmani molto attivi dappertutto, a delegittimare i nazionalisti palestinesi classici e a prendere la leadership del palestinismo; quindi, i sostenitori del palestinismo che prima accettavano la violenza brigatista o dell’OLP di Yasser Arafat, a partire da allora cominciano a giustificare il terrorismo di Hamas ancor più antisemita di prima. Nel Sud globale, questa causa che in verità nessuno sostiene davvero, funziona come la causa antioccidentale per eccellenza di tutti quelli che vogliono fare credere che il vero Olocausto è quello di Israele contro i palestinesi permesso dal carnefice occidentale. Diventa una causa rivoluzionaria che permette di mobilitare tutti quegli estremismi anti-occidentali opposti che ce l’hanno contro l’Occidente, il mondo capitalista, le democrazie liberali, partendo dalla sinistra brasiliana di Lula, dall’Iran dei mullah e della Siria o dell’Algeria, fino alla Corea del Nord, la sinistra terzomondista occidentale, il Venezuela, i Fratelli musulmani, la Tunisia, l’Algeria, e anche la Turchia membro della NATO o il Qatar che accoglie basi militari americane che, come l’Iran, strumentalizzano questa causa per estendere la loro profondità strategica e la loro leadership locale o regionale, senza dimenticare i calcoli elettorali interni.


Quali sono le nuove minacce globali che l’Occidente – vampirizzato dal senso di colpa – dovrà affrontare entro il 2025?


Prima di tutto, bisogna sempre ricordare che la più grande minaccia per l’Occidente, soprattutto la Vecchia Europa, è se stessa. Mi spiego: davanti all’enorme e crescente doppia minaccia rappresentata, in primo luogo, da un’immigrazione extra-europea non controllata e sempre meno occidentale e sempre di più ostile, e, in secondo luogo, dall’eversione islamista-politica e poi islamista-jihadista crescente in Europa, i nostri governi sono colpevolizzati dalle lobby terzomondiste e dalle ONG, dai partiti progressisti, dalle reti di giudici e professori (senza dimenticare i media che li seguono e le pressioni internazionali). I nostri governi non combattono queste minacce e qualificano “razzisti” quelli che vogliono proteggere la nostra civiltà, i nostri modelli e le nostre identità e frontiere. È come se fossimo un pugile molto preparato, potente e forte, capace di vincere, ma che ha paura di fare male all’avversario e si lega una mano per combattere.


La colpevolizzazione ha anche degli effetti sulla geopolitica, la diplomazia, gli affari esteri, le strategie e le scelte di difesa. Dagli anni della creazione dell’Unione europea e soprattutto dall’Atto unico del 1987 e del 1992 (Maastricht), l’Ue si è presentata non più come una civiltà euro-giudeo-cristiana da rendere forte, proteggere e rispettare, ma come un semplice “Continente-idea” o “Continente della Pace” e dell’universalismo senza frontiere, calpestando l’idea di sicurezza e di difesa propria, diventata sospetta perché secondo il “credo buonista-senso di colpa”, noi siamo stati l’unica civiltà cattiva, gli americani ci hanno salvato del totalitarismo nazista nel 1945 e sovietico nel 1989, quindi è meglio quando noi non ci occupiamo di difesa ed è conveniente lasciar la nostra difesa agli americani tramite la Nato piuttosto che di costruire un’Europa della Difesa con un esercito europeo. È così che siamo diventati vulnerabili, perché una civiltà che si sente colpevole e anche la più cattiva del mondo, non vuol vedere i pericoli provenienti dall’estero e dalle altre civiltà o aree geostrategiche come il mondo islamico. Da lì nasce il mito della civiltà araba e islamica “tollerante di per sé”, nei confronti della quale noi saremmo debitori e che ci avrebbe portato la scienza e la filosofia quando i califfati arabi occuparono la Sicilia e la penisola iberica.


Questo mito è pericoloso perché ci fa sentire colpevoli nei confronti di una civiltà che adesso, da decenni, è ben più radicalizzata e islamista che prima e perseguita dappertutto le sue minoranze non islamiche, come si vede con gli ebrei cacciati da tutti i paesi arabi islamici tranne piccole eccezioni tunisine, turche e marocchine.


I cristiani, adesso, sono meno dell’1% dei Paesi arabi e della Turchia, mentre sessant’anni fa rappresentavano più del 10%, e ciò si verifica anche con gli yaziditi. Come scrisse Oriana Fallaci, menzionando sia Bat Ye’or sia il sottoscritto nella Forza della Ragione, questo mito di Al-Andalus e del cosiddetto “debito europeo” nei confronti dell’Islam e degli arabi, che ci avrebbe portato il progresso e che ci fa sentire colpevoli per le crociate e le colonizzazioni e poi la complicità col sionismo, è al centro della propaganda degli islamisti radicali sia politici come i Fratelli musulmani che jihadisti-terroristici come al-Qaida e l’ISIS. Pericoloso è quando scrivono e dicono in permanenza che bisogna restaurare il passato califfato in tutte le sue frontiere, fra cui l’Europa. Poi c’è il tema-mito dell’islamofobia che ci fa abbassare la guardia perché ci fa credere che i musulmani sarebbero maltrattati in Occidente, mentre non è vero se si ricorda che gli stessi paesi integralisti come Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Iran, Pakistan e le organizzazioni come i Fratelli musulmani, che accusano l’Europa di maltrattare i musulmani non solamente perseguitano davvero i cristiani, gli atei, gli omossessuali, gli ebrei, ecc., ma nella stesso Vecchio Continente controllano in totale libertà migliaia di moschee e centri islamici dove insegnano ai loro fedeli la necessità di islamizzare l’Occidente, mentre nel frattempo l’imperativo per loro è mai assimilarsi a noi, men che meno integrarsi ai nostri valori. Infine il senso di colpa riassunto dalla formula “provare che non siamo contro di loro” era l’argomento principale di quasi tutti coloro che volevano fare entrare nell’Ue la Turchia di Erdogan negli anni 2000-2007. Mitterrand, Chirac, Timmermans, e anche Berlusconi dicevano “meglio avere la Turchia con noi che contro di noi”, mentre la Commissione europea diceva che questa adesione (in realtà, secondo me, impossibile) era necessaria perché l’Unione europea possa “provare che non era a favore dello scontro di civiltà” e “non è contro l’islam”.


Quali potenze o organizzazioni non nazionali influenzeranno le relazioni internazionali nei prossimi anni?


Senza dubbio non le nazioni europee come tali. Neppure l’Unione europea, che rischia di essere gravemente e durevolmente indebolita dalla guerra in Europa contro la Russia, con un possibile rischio di estensione, di divisioni e destabilizzazioni politiche. Sicuramente protagoniste saranno invece la Cina e l’America, i due grandi concorrenti che dovranno scegliere tra un’intesa pragmatica e il bipolarismo mondiale, con un rischio di scontro annunciato dallo studioso americano Graham Allison nel suo Destinated for war. C’è poi la Russia che, se diventa più grande o capofila dell’antioccidentalismo, avrà un ruolo importante di destabilizzazione, di scontro frontale contro l’ordine internazionale occidentale, ponendosi nel ruolo di leader degli scontenti ex comunisti, oppure del cosiddetto “Sud globale”.


Abbiamo quindi l’India che, in quanto zona di produzione industriale di massa e del Rimland euroasiatico, avrà un ruolo crescente come alternativa alla Cina, sempre meno affidabile, e come zona di ri-localizzazione, ma anche nelle vesti di partner geostrategico contro Pechino nella zona dell’Indo-Pacifico. Nel mondo del golfo arabo-persico il ruolo dell’Arabia Saudita, degli Emirati e dell’Iran crescerà, come è già cresciuto nel Mediterraneo, in Africa, nel Caucaso, nel mondo arabo, nei Balcani e in Asia centrale il ruolo dalla Turchia, paese pragmatico-opportunista (come India, Emirati e Brasile), che sa sfruttare una posizione di multi-allineato, come si può osservare nella guerra in Ucraina. Per quanto riguarda le potenze non statali, se escludiamo i grandi fondi sovrani o multinazionali legati a Stati (come i fondi cinesi, sauditi, qatarioti o degli Emirati), osserviamo che i Big Tech come i GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft), le imprese come Starlink di Elon Musk (che ha dimostrato con i suoi satelliti Starlink la capacità di condizionare la guerra in Ucraina e fare meglio degli Stati per andare nello spazio), oppure come alcune multinazionali come Black Rock e Black Stone o anche le mafie organizzate e le narco-potenze, che sfidano sempre di più gli Stati, possono fare spesso meglio di molti Stati e hanno dei PIL superiori a molti Stati.


Le multinazionali digitali GAFAM fanno meglio degli Stati anche in termine di Intelligenza Artificiale o di trans-umanismo, ricerche di sanità del futuro o di “uomo aumentato”. Al contrario, il potere del multilateralismo, cioè delle grandi organizzazioni intergovernative, ha conosciuto un calo tremendo da una decina d’anni, e soprattutto dalla pandemia, dalla guerra in Ucraina e dalla guerra economica Occidente-Cina che hanno incitato molti Stati a ridiventare, per così dire, più sovrani, più protezionisti, più nazionalisti, più guerrieri (Turchia, Iran, Cina, Corea del Nord, Venezuela, Russia, ecc.) e credono sempre di meno nelle Nazioni unite.


Da anni si parla di “islamizzazione dell’Europa”, esistono oramai le quarte, quinte generazioni. Quale è la situazione nel Vecchio Continente?


Credo di aver già in parte risposto a questa domanda, ma basta ricordare i risultati in Francia (ma è più o meno uguale in Belgio, Svezia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi) di due sondaggi-report concepiti dal think tank di Axa (Institut Montaigne) e dall’istituto di sondaggi IPSOS, guidati da un intellettuale musulmano prossimo a Macron. Queste indagini hanno dimostrato che il 30% dei giovani musulmani francesi di seconda, terza, oppure quarta generazione, pensa che la legge islamica (sharia) prevale sulla legge francese e si sente in opposizione con la Francia come comunità islamica. Un altro 29% si sente musulmana prima che francese, e solo il resto si sente pienamente francese. Un sondaggio più recente guidato da Figaro/IPSOS conclude che un terzo dei giovani musulmani francesi “comprende” e approva il perché un loro correligionario abbia sgozzato i professori Paty e Bernard in questi ultimi tre anni in nome della condanna islamica della blasfemia.


Che senso ha oggi parlare di valori occidentali? Quali sono? A quanta democrazia si dovrebbe rinunciare per rinvigorire le radici di un continente cieco di fronte ad una clessidra esistenziale agli ultimi granelli?


Come  spiego nel mio libro, e come l’hanno dimostrato molto bene Giovanni Sartori, Mario Mauro, Marcello Pera o Rocco Buttiglione in Italia, oppure Samuel P. Huntington in America e Fernand Braudel oppure Paul Valéry in Francia, i valori occidentali non possono essere solo definiti come universalisti: diritti dell’uomo, liberalismo e democrazia. I valori occidentali non possono e non dovrebbero mai essere staccati dalle radici giudaico-euro-cristiane dell’Europa e dell’Occidente, perché essi non provengono dal Nulla.


L’Unione europea non è un “continente”, una “Terra nullius”, ma è invece radicata da secoli e anche millenni di civiltà greco-romana e giudaico-cristiana. Inoltre, va sottolineato, l’Occidente non è adesso solo composto da bianchi europei, e accoglie diversità etno-religiose, ma è principalmente europea di origine e composta di europei e abbiamo il diritto di voler che rimanga tale, in nome di ciò che il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset ha definito il “diritto alla continuità storica”. Quindi, non dobbiamo rinunciare né ai nostri valori democratici né sottometterci al comunitarismo revanscista di molti migranti extra-europei e di forze islamiste eversive che tentano di colpevolizzarci col tema della xenofobia, del cosiddetto razzismo o dell’islamofobia, quando vogliamo semplicemente e legalmente controllare i flussi migratori. Il motivo è stato spiegato dal grande pensatore italiano liberale Giovanni Sartori che avevo fatto tradurre in Francia, quando spiegò che il multiculturalismo non va confuso col pluralismo. Una società può essere democratica senza essere plurietnica e viceversa.


L’errore più drammatico dei nostri dirigenti, colpevolizzati dalle “minoranze” islamiche e dai loro alleati di sinistra terzomondista, è di rinunciare ai nostri valori essenziali e fare eccezioni in nome di attenuanti culturali per soddisfare le esigenze neo-oscurantiste delle organizzazioni islamiche antisemite, antisioniste e anti-occidentali, che hanno strumentalizzato e ribaltato l’antirazzismo sano per giustificare un nuovo razzismo anti-occidentale e anti-giudeo-cristiano in funzione post-anti-colonialista. Mi spiego: le leggi attualmente esistenti in Europa ci consentono di vietare e punire tutte le ideologie totalitarie, razziste, neo-naziste, violente, terroristiche e intolleranti che promuovono l’odio contro gli ebrei, gli omosessuali, gli atei, i blasfemi, oppure gli apostati e i pagani. Una parte stessa della sharia dovrebbe quindi essere vietata in Europa, e i Fratelli musulmani o altre organizzazioni islamiche antisemite come i salafiti wahhabiti, il Milli Görüs Turco, oppure i Deoband, i Tablighi e i Barhelvi indo-pakistani dovrebbero essere vietati. Le moschee andrebbero controllate e gli imam selezionati. Tutto questo non trascurando la democrazia liberale e il pluralismo per preservare e salvaguardare le società aperte. Un altro grande filosofo, politologo ed epistemologo, Karl Popper, denunciava il paradosso della tolleranza che consiste nel “tollerare gli intolleranti in nome della tolleranza”, ciò che sfocia nella distruzione della tolleranza, quando l’intollerante è violento.


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