C’è chi osserva da Parigi

Dottore di Ricerca, docente in Francia e autore di numerosi saggi, il Prof. Alexandre Del Valle spesso partecipa a confronti televisivi internazionali. In Francia scrive abitualmente per Valeurs Actuelles e Atlantico.fr, e in passato per France Soir e Le Figaro. È voce autorevole del panorama culturale francese odierno.


L’intervista

Seguono le domande poste dal Prof. Leonardo Dini e le relative risposte dategli dal Prof. Alexandre Del Valle.

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Leonardo Dini (LD) – Professore del Valle, i suoi interessi culturali e geopolitici sono vasti e coprono molti temi molto attuali nei suoi libri. In particolare, lei ha scritto un Piccolo trattato di decolpevolizzazione dell’Occidente (pubblicato nel 2019 da Paesi Editore in Italia). A volte le copertine descrivono in cifra i contenuti del libro: nel suo Trattato ho notato che l’immagine del frontespizio associa il disegno dell’Uomo Volante con Cappello, di Magritte, con la Mano di Dio, dall’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina. Cosa significa la singolare giustapposizione di queste immagini nel suo libro?


Alexandre Del Valle (ADV) – Il significato della copertina dell’edizione francese è quello del senso di colpa legato alla designazione del colpevole additato. Per quanto riguarda la copertina dell’edizione italiana del libro, che purtroppo non ho avuto il tempo di scegliere, il significato dell’immagine di una suora cattolica con il tradizionale rosario ha sottolineato il senso di colpa nel cristianesimo, da cui deriva la responsabilità cristiano-cattolica nella patologia sociale, che perciò è una colpa collettiva.


Avrei voluto scegliere io stesso la copertina dell’edizione italiana, perché avrei illustrato diversamente il senso occidentale del colpevolizzare, che secondo me non è il frutto diretto della Chiesa Cattolica e del Cristianesimo in se stesso, ma è il risultato del pervertimento di un’idea cattolica che è stata strumentalizzata e ribaltata dai professionisti dell’eversione di stampo terzomondista e antioccidentale, nell’ambito delle visioni Sessantottiste, anti Cristiane sia Marxiste che capital-consumistiche, piuttosto che nella Chiesa tradizionale, nella quale non si è mai avuto questo atteggiamento “pentito” prima del Concilio Vaticano II.


LD – Nel suo saggio più recente, LA GLOBALIZZAZIONE PERICOLOSA (pubblicato in Francia sotto il titolo: “La Mondialisation Dangereuse”, fra poco tradotto in italiano), lei parla di un legame pericoloso tra turbo globalizzazione e danni “collaterali” che in realtà sono “universali”, prodotti da fattori di rischio che si sommano: può spiegare brevemente la sua visione critica del mondo globalizzato? Qual è il collegamento tra la sua tesi e le note teorie di Habermas e Chomsky sull’argomento? Per i lettori: Habermas propone l’ONU come regolatore dell’ordine internazionale, sulla base delle idee di Kant, mentre Chomsky critica entrambi, sia l’imperialismo statunitense che la globalizzazione capitalista.


ADV – Paradossalmente, mi sento più vicino alla critica alla doppia globalizzazione proposta da Noam Chomsky che a quella del maggiore pensatore attuale del globalismo e dell’europeismo, Jurgen Habermas.

In effetti, Habermas sostiene la soppressione delle sovranità nazionali, da buon seguace ed erede della Scuola di filosofia teorica di Francoforte, e vede il movimento globalista, così come l’europeismo, come vie di redenzione e protezione contrarie ai nazionalismi. In generale, è contrario alla sovranità statale-nazionale in Occidente, in quanto uomo (n.d.r.: tedesco) che porta l’impronta del dramma della Seconda Guerra Mondiale.

In tutti i miei libri, ho fortemente denunciato l’operazione di manipolazione che consiste nello strumentalizzare la Shoah, la memoria delle sofferenze degli Ebrei e della Seconda Guerra mondiale per colpire e rendere responsabili la Destra, i sovranisti, e più generalmente “l’Uomo Bianco”. Ne parlo spesso con i miei amici intellettuali ebrei francesi: è un’assurdità, perché Hitler, non era un patriota o un sovranista, ma un fanatico imperialista che odiava le frontiere e le tradizioni dei popoli. Il vero pericolo è l’espansionismo conquistatore che vuol imporre idee totalitarie a tutti e dappertutto. E il globalismo occidentale atlantista ne fa parte, così come l’islamismo califfalista internazionalista, il nazismo, i Marxismi, l’ottomanismo o gli irrendentismi cinesi, russi, arabi, ecc.

Nonostante ciò, nei due libri da lei citati mostro che la grande manipolazione o disinformazione (n.d.r.: il cosiddetto “Great Reset”) delle élite globaliste occidentali consiste nel far credere alla gente che la scomparsa dei confini e delle barriere doganali, sotto l’influenza del globalismo atlantista euroamericano occidentale, promuoverà la pace nel mondo.


Fatto sta che:

  • le guerre atlantistiche in Kosovo (n.d.r.: contro la Serbia);

  • poi gli angloamericani in Iraq e in Afghanistan,

  • poi gli stessi con i Francesi in Libia; ecc.,

  • allo stesso modo della progressiva estensione, tra il 1997 e il 2020, dell’UE e della NATO verso “il prossimo vicino straniero” (espressione russa che designa i paesi dell’Europa orientale e del Caucaso che la Russia considera il suo giardino riservato),

dimostrano il contrario.


LD – In un altro suo saggio, “I veri nemici dell’Occidente”, lei affronta il ​​pericolo emergente del totalitarismo islamico. Sta alludendo al pericolo di un futuro cosiddetto “califfato islamico” in Europa? Cosa può fare l’Islam moderato per prevenire questo rischio dall’interno?


ADV – Più che un califfato, mi riferisco all’idea irredentista, suprematista, neoimperialista e internazionalista dell’Islam radicale, che usa l’immagine del “califfato”, quindi come forza simbolica, per mobilitare le masse musulmane, frustrate dalla globalizzazione, nonché le élite islamiste revansciste, per giustificare la loro predazione e la loro richiesta di conquistare le terre degli altri e le menti dei popoli “infedeli”, che vogliono così poter convertire.


In questo senso, nel 1997, ho creato l’espressione “totalitarismo islamista” (diventato il titolo di un libro best-seller in Francia e tradotto in Italia nel 2004 e la cui prefazione, pubblicata postuma, è di Oriana Fallaci).

Tutto questo perché per me l’islamismo jihadista-salafita e l’islamismo politico dei Fratelli musulmani appartengono alla stessa categoria totalitaria, come è stato definito da Enzo Traverso, o dallo stesso Giovanni Gentile, da Raymond Aron e da Hanna Arendt (n.d.r.: ed E. Canetti, nei rispettivi scritti).

Questa forma di totalitarismo non è necessariamente violenta nella sua fase di preparazione e sovversione, in un territorio ostile non ancora conquistato. E tanto che lo stesso mito del Califfato serve a ricordare ai musulmani (n.d.r.: nel mondo) che devono amare e cercare una sola “Nazione”, quella dell’Islam (“Al Oumma Al Islamiyya”: “La Nazione dell’Islam “), poiché la posizione normale del buon musulmano (n.d.r.: in questa esegesi integrale) consisterebbe nel dominare il “miscredente” e non certo nell’obbedirgli.

Il mito, carburante (n.d.r.: ideologico e militante) del califfato, è stato aggiornato e ideologizzato dai Fratelli Musulmani, ma è anche al centro del programma di tutti gli estremisti jihadisti sunniti, con un’ossessione in particolare in tutto quel che concerne l’ISIS.


Ma, noi dobbiamo sempre ricordare che questo mito è stato fatto rivivere all’inizio del 20° secolo da grandi leader della Fratellanza Musulmana, tra cui Hassan Al Banna e Sayid Qutb, e che furono loro a creare Al Qaeda e a diffondere questa ossessione califfale fino a divenire il DNA, il manifesto ideologico simbolico, dello Stato Islamico e di tutti gli islamisti sunniti radicali.


Questo mito del califfato, ad esempio, è stato utilizzato nella rivendicazione degli attentati di Barcellona del 2017, perché Daesh (n.d.r.: il movimento jihadista islamico ISIS) ha dichiarato apertamente che lo scopo dell’attacco terroristico era quello di riportare tutta la Spagna odierna “miscredente” (n.d.r.: cristiano e laico) al suo precedente status di componente del califfato islamico (nota: nel medioevo ispanico del califfato di Granada), al tempo della dominazione arabo-islamica berbera di Al Andalus (n.d.r.: che dà il nome all’odierna Andalusia).


Questo mito califfale, però, non influenza altri se non i terroristi barbaramente violenti di Daesh o di Al-Qaeda. Ma è anche al centro della mitologia politica teocratica di Hamas palestinese. Ed anche della politica estera e interna di Recep Taiyp Erdogan in Turchia, che quindi vede nel neo-ottomanesimo, il ritorno al tempo del sultanato e del Califfato turco-ottomano che, oltre alla Turchia, dominò il mondo arabo e i Balcani, l’alfa e l’omega e la fonte legittimante del suo irredentismo e del suo neo-espansionismo.


A conclusione della risposta a questa domanda, si può affermare che ciò che oggi è più pericoloso e minaccioso non è il Califfato, come impero islamico che dominerebbe direttamente l’Europa sotto la dittatura Sharia (n.d.r.: potere Islamico, con una ipotetica legittimazione teologico-giuridica di tipo integralista), ciò che non è possibile adesso, ma piuttosto, l’idea e la nostalgia del Califfato che spinge i musulmani ad aderire all’islamismo radicale e a considerare come un’umiliazione l’idea di vivere con i non musulmani e secondo le leggi “infedeli” dei non musulmani.


LD – Tra i rischi che lei descrive, analizzando la pericolosa globalizzazione, tra le righe era anche intuitiva, in sostanza e in fieri (in progetto e in divenire), l’odierna guerra tra la Russia, affiancata dalla sua pseudo-alleata Cina, da un lato, e l’Occidente, dall’altro. Come finiranno questo conflitto e tutti i successivi conflitti caldi o freddi? La Cina assumerà davvero il controllo geopolitico globale entro il 2050 sfruttando Russia e India come alleati subordinati? E come sostituirà la potenza americana?


ADV – Nel mio libro sulla globalizzazione pericolosa, che presto sarà tradotto in italiano, analizzo diversi scenari, sapendo che il peggio non è mai certo.

A cominciare dal teatro delle operazioni in Ucraina.

La vittoria militare parziale o totale della Russia in Ucraina è data per scontata, nonostante gli aiuti finanziari, militari e politici dell’Occidente. Ma se la sconfitta totale dei nazionalisti ucraini è molto probabile, le cose possono cambiare ogni giorno ed essere capovolte nel medio o lungo termine.

Non ne sapremo di più in pratica fino a cinque o sei mesi da oggi, quando entreranno in vigore le “vere” forti “sanzioni economiche contro la Russia (che coincidono con il sesto pacchetto di sanzioni dell’UE).

In questa fase, quindi, sapremo se la Russia sarà in grado di prolungare la guerra e mantenere le sue conquiste o se la sua macchina bellica umana, logistica e convenzionale si sarà indebolita.


Come sappiamo, dopo giugno, gli obiettivi bellici russi sono cambiati per la terza volta, e dopo aver lasciato Kiev e concentrato le operazioni sulla ricostruzione geopolitica della cosiddetta “Nuova Russia” (“Nova Rossia”, a sud ed est), il Cremlino, che ha rafforzato dalla progressione dei suoi eserciti, nel Donbass come a Kherson e verso Odessa, sembra riaffermare l’obiettivo di conquistare tutta l’Ucraina nella sua complessità fino a kyiv. E, contemporaneamente, l’obiettivo è rovesciare il potere, definito dai russi “nazista”.


Passiamo ora al livello europeo dell’analisi: l’UE celebra la sua “vittoria” politica, il rafforzamento della sua ritrovata unità di fronte alla minaccia russa e, allo stesso tempo, celebra la nascita o la rinascita della difesa europea.


Ma, in verità, geopoliticamente e strategicamente parlando, è un errore per me analizzare una guerra civile intraeuropea come qualcosa di positivo e considerare il rafforzamento dell’Alleanza Atlantica, che è uno strumento di dominio strategico americano, come la “prova” della nascita di un’Europa federale, voluta giustamente da Emmanuel Macron.

è un errore per me analizzare una guerra civile intraeuropea come qualcosa di positivo e considerare il rafforzamento dell’Alleanza Atlantica, che è uno strumento di dominio strategico americano, come la “prova” della nascita di un’Europa federale

In questo senso, occorre tener conto dei drammatici effetti delle sanzioni e delle contro-sanzioni sull’inflazione generalizzata in Europa e sulla perdita del potere d’acquisto dei cittadini, su cui pesano sanzioni che i paesi sovrani non occidentali non s di certo non si impongono da sé.

Lo stesso non si può dire degli Americani, che non hanno bisogno di importare idrocarburi da Algeria, Azerbaigian e Qatar per compensare l’embargo russo.


Pertanto, l’Europa assomiglia a uno “zimbello ridicolo” (n.d.r.: letteralmente la frase idiomatica francese “dindon de la farse” vuol dire “tacchino da ripieno” o “pavone che fa la ruota in senso figurato”).

Nel mio libro spiego che gli Europei, confondendo moralità e geopolitica, impongono sempre leggi e misure che le nazioni emergenti o multipolari (ciniche, nazionaliste e pragmatiche), ma anche l’America stessa, non rispettano. Il moralismo dell’Europa si ribalta contro di lei…

gli Europei, confondendo moralità e geopolitica, impongono sempre leggi e misure che le nazioni emergenti o multipolari (ciniche, nazionaliste e pragmatiche), ma anche l’America stessa, non rispettano. Il moralismo dell’Europa si ribalta contro di lei.

Lo si può vedere con la Cina, che è entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) molto prima della Russia, ma ha violato tutti i principi e le regole di tale organismo, compresi i diritti di proprietà e il non protezionismo.

è che la Cina ne uscirà vincente, a breve, medio e lungo termine.

L’unica cosa, davvero pressoché sicura al 100 per cento, è che la Cina ne uscirà vincente, a breve, medio e lungo termine. Perché:

  • a breve termine, essa aiuta la Russia a contenere gli effetti delle sanzioni, ma aumentando il prezzo dei beni che le esporta, e nello stesso tempo, importa gas e petrolio russi a prezzi molto bassi.

  • A medio termine, la crisi economica annunciata dell’Occidente, molto indebitato e frammentato, permetterà alla Cina di continuare ad ingrandirsi e a preparare la sua “grande rivincita”, dopo la “umiliazione” subita da parte dell’occidente alla fine del XIX secolo.

  • Al termine, il processo di multi-polarizzazione sarà benefico per la Cina, nella sua volontà di ridurre o distruggere il potere della supremazia Americano-Occidentale.

E il processo in corso di sganciamento dal dollaro (n.d.r.: dedollarizzazione), accelerato dalla strategia commerciale energetica russa in base ad un rinato rublo (n.d.r.: rublizzazione), sarà imitato non solamente dalla Cina, ma anche dall’Arabia, dall’India e da altri Stati multipolari.


Ciò comprometterà gravemente la supremazia americana, basata non solo sulle sue forze armate, il suo soft power e il suo PIL (Prodotto Interno Lordo) economico, ma ancor più sul dollaro che, fino alla odierna guerra di Ucraina, era la sola valuta, o praticamente la principale, usata come mezzo di pagamento dell’energia (n.d.r.: dal blitz che generò nel 1973 il concetto di petrodollari).

il dollaro fino alla odierna guerra di Ucraina era la sola valuta, o praticamente la principale, usata come mezzo di pagamento dell’energia

E così, è evidente che gli Americani sono quelli che hanno (solamente in parte) contribuito a provocare la drammatica (e imperdonabile) reazione russa, con l’estensione permanente della Nato e dei sistemi dei missili dopo gli anni 2000, nonché con la loro ingerenza continua nei confronti del “vicino straniero” russo.

Ed è anche vero che i vincitori economici e militari sembrano essere a breve termine gli Stati Uniti, con l’unanimità pro Nato in Europa, nonché con le ingenti vendite agli europei di armi e di shale oil (n.d.r.: gas di scisto da argillite petrolifera).


E, infine, con la separazione definitiva tra la Germania e la UE, da un lato, e la cosiddetta “Heartland” russa (n.d.r.: terra amata, secondo una definizione geopolitica inglese del primo novecento), dall’altro.

Ma, a lungo termine, Washington non ha alcun interesse ad accelerare lo sganciamento dal dollaro, né ha interesse a provocare l’unione radicale russo-cinese contro l’Occidente; e neppure le multi-polarizzazioni, guidate da Russia e Cina.


LD – Lei è uno dei massimi esperti internazionali di Islam mondiale ed europeo. Chi pensa stia sfruttando chi? L’Islam si sta diffondendo pro domo sua, quindi per i propri interessi? Oppure è al servizio di un progetto cinese globale o di un fondo finanziario globale internazionale? Che ruolo giocano oggi i Paesi del Golfo di fronte al totalitarismo fondamentalista?


ADV – Il tema dell’alleanza sino-islamica antioccidentale fa parte delle teorie di Samuel Huntington sullo scontro tra civiltà (n.d.r.: autore anglosassone, negli anni ’90 del secolo scorso, del celebre saggio “Il conflitto delle civiltà”). Ma, non penso affatto che tale conflitto possa limitarsi geograficamente e geopoliticamente all’alleanza pakistano-cinese contro l’India. Tutti i modelli opposti alla dominazione unilaterale anglo-sassone/occidentale, pur essendo opposti tra di loro, convergono nel combattere l’egemonia occidentale e il suo modello liberal-libertariano visto come un veleno mortale per i modelli nazionali e tradizionali non occidentali.

l’egemonia occidentale e il suo modello liberal-libertariano sono visti dai modelli nazionali e tradizionali non occidentali come un veleno mortale

D’altra parte, inoltre, in Africa, in Asia, in Europa dell’Est e nella stessa Cina, le ragioni conflittuali tra l’Islam radicale e la Cina sono molto numerose. Oltretutto si aggiunge che una delle ragioni della creazione nel 2001 della organizzazione russo cinese detta Conferenza di Shangai (n.d.r.: SCO, Shanghai Cooperation Organization) era innanzitutto la nascita e la promozione di un mondo multipolare, capace di resistere all’Occidente americanizzato, per poi in seguito intraprendere e guidare la lotta contro l’Islam politico e il jihadismo in Asia centrale, in Cina e in Russia.



Insomma, non penso più che un cosiddetto potere finanziario globale abbia alcun interesse a sponsorizzare e promuovere la minaccia politica o terroristica islamica.


Anche se, tuttavia, nel fenomeno “wokista” (nota: dal verbo inglese “to woke”: rimanere svegli; movimento internazionale e atteggiamento di lotta e prevenzione delle ingiustizie sociali nel mondo), ci sono alcune convergenze tra la Società Aperta di George Soros (n.d.r.: Open Society Foundations, movimento finanziato da George Soros, finanziere ungherese naturalizzato americano, ispirato dalla lezione di K. Popper) o alcune multinazionali (n.d.r.: attori “globali”) e i Fratelli Musulmani, in una logica che coniuga strategie di immigrazione e wokismo, cioè nell’ambito di una logica di difesa delle minoranze, a cominciare da quelle che indossano il velo islamico ed estendendosi alla difesa delle minoranze appartenenti alla comunità LGBT (n.d.r.: acronimo che significa “Lesbians, Gay, Bisexual, Transgender”, in italiano: Lesbiche, Omosessuali, Bisessuali e Transgender).

La verità è stata espressa 40 anni fa non da Huntington, che ha rubato la frase, ma dal grande islamologo-orientalista anglo-americano Bernard Lewis, che ha coniato l’espressione “scontro di civiltà” proprio per riferirsi a ciò che chiamiamo islamismo o fondamentalismo islamico o totalitarismo islamista, ma che definisce di fatto come la “terza ondata di espansione dell’Islam”, dopo quella arabo-berbera dei secoli 7° e 8°, e quella turco-ottomana dei secoli 15° e 16°.


Per Bernard Lewis, in quanto islamofilo e erudito orientalista, l’espansione dell’Islam radicale era solo il recupero e l’espressione del “ritorno” dell’Islam politico e teocratico del califfato, che aveva sempre rappresentato l’essenza dell’Islam “classico e normale” prima della colonizzazione europea, la quale imponeva una secolarizzazione forzata o problematica, di inculturazione (n.d.r.: vista come assimilazione culturale senza mediazione) per i difensori del modello della tradizione islamica indigena.


Nel senso della mia interpretazione, l’errore analitico degli Occidentali, prigionieri della loro “autoreferenzialità”, consiste nell’attribuire una spiegazione di tipo Occidentale-centrica al fenomeno globale dell’Islam radicale, nato all’inizio dell’Ottocento (XIX secolo), per reazione al Tanzimat, le ambiziose riforme islamiche imperiali, secolarizzate al tempo degli ultimi Ottomani. In sostanza, tutto si riduce ad una reazione islamofobica alla presunta aggressività islamica.

l’errore analitico degli Occidentali, prigionieri della loro “autoreferenzialità”, consiste nell’attribuire una spiegazione di tipo Occidentale-centrica al fenomeno globale dell’Islam radicale… In sostanza, tutto si riduce ad una reazione islamofobica alla presunta aggressività islamica.

È grave ed erronea l’idea di etichettare l’Islam politico neo-espansionista, concepito dai Fratelli Mussulmani e ripreso più tardi da Hamas, da Al Qaida, e dallo Stato Islamico, classificandolo come una realtà estremista, come se esso fosse estraneo ed esterno all’Islam Ortodosso. È un’interpretazione piuttosto frutto di una politica centrata sul punto di vista euro-occidentale , perché impedisce di comprendere la natura neoimperialista ortodossa e antiriformista del progetto di islamismo politico, da cui sorge la natura teocratica, in parte ortodossa e totalitaria, di questo fenomeno contrario a tutte le nazioni islamiche non favorevoli all’unificazione califfale.


Penso che sia un errore sottovalutare la capacità dell’Islam teocratico di perseguire obiettivi di civilizzazione, geopolitici e suprematisti. Nella mia tesi di dottorato (Università di Montpellier III), avevo concentrato la mia ricerca sulla capacità dell’Islam politico di nascondere o legittimare il proprio suprematismo e imperialismo, attraverso le rivendicazioni delle nozioni di “indigenizzazione”, di anti-colonialismo e di “autonomizzazione”.

E numerosi progressisti occidentali e terzomondisti in buona fede sono caduti dentro questa piega esplicativa del fenomeno (n.d.r.: che prende spunto dalle interpretazioni del filosofo francese J. Derrida).


Pertanto, l’anticolonialismo e l’indigenismo dei popoli mussulmani che hanno vinto prevalendo culturalmente sull’invasore europeo, non vengono fuori dall’Islamismo teocratico radicale neo-califfale, il progetto citato di “Umma Al Islamiyya” (n.d.r.: dominio islamico universale) “nazione dell’Islam planetario”, ma dai nazionalisti sovrani, contrari e ostili a ogni forma di imperialismo teocratico sovranazionale, sia occidentale-coloniale che panislamista. È il perché, ad esempio, di come i miei genitori siciliani, che sono vissuti, come Claudia Cardinale, in Tunisia, hanno visto nella figura di Bourguiba il tipico anti secolarizzato colonialista, ostile tanto alla colonizzazione europea, quanto alla teocrazia panislamista sovranazionale.


LD – Nel suo saggio sulla globalizzazione, tra i fattori di rischio lei cita le mafie: in effetti, l’economia sommersa, dovuta alla corruzione, al traffico di droga e di armi, che si può definire capitalismo mafioso, in una parola, domina letteralmente il mondo, uno shadow power (“potere ombra” o “potere segreto”) trasversale. Cosa comporterà questa deriva verso una finanza ed economie deviate e oltretutto spesso “offshore”, cioè, oltre le regole, grazie ai “paradisi fiscali”, cioè quegli Stati che favoriscono il capitalismo occulto?


ADV – Nel mio libro “La mondializzazione pericolosa”, oltretutto scritto insieme al Geopolitologo e ex-Presidente de la Sorbona, Jacques Soppelsa, spiego che la criminalità transnazionale organizzata, concetto che si sintetizza nell’acronimo CTO, è un grande beneficiario della mondializzazione commerciale e del libero scambio economico finanziario liberale.

la Criminalità Transnazionale Organizzata (CTO) è un grande beneficiario della mondializzazione commerciale e del libero scambio economico finanziario liberale. … degli “attori geopolitici incontrollabili e senza confini”… sono ibridi, illegali, così che possono perfino piegare degli Stati e corrompere i loro decisori, funzionari e forze dell’ordine. Le reti criminali internazionali stanno quindi sfruttando appieno la globalizzazione e l’apertura delle frontiere.

In una società ogni giorno sempre più globalizzata mondialmente e interconnessa, le mafie si sono costituite come autentiche multinazionali del crimine, dove tutte le attività più redditizie, oltre alla droga, sono benvenute.


Esse sono definite degli “attori geopolitici incontrollabili e senza confini”, col vantaggio di essere non configurate in forma statica e certa. Perciò, sono ibride, illegali, così che possono perfino far piegare degli Stati e corrompere i loro decisori, funzionari e forze dell’ordine.

I Paesi più deboli sono i più esposti, ma il pericolo è globale. Perché il flusso di denaro aumenta e gli stupefacenti puntano praticamente tutti verso le ricche economie del nord che sono i più grandi mercati e che possiedono le grandi banche e i paradisi fiscali più sicuri.


Le reti criminali internazionali stanno quindi sfruttando appieno la globalizzazione e l’apertura delle frontiere.

La loro preoccupazione principale, una volta che i loro beni illeciti sono stati trasportati e venduti, è incanalare il denaro sporco nell’economia legale. L’idea di “globalizzazione felice” trova seri limiti: le mafie amano soprattutto gli accordi di libero scambio, le frontiere aperte, le deregolamentazioni, il capitalismo globalizzato e l’economia digitale. Oggi le attività dei CTO (n.d.r.: Criminalità Transnazionale Organizzata) comprendono, oltre alla produzione e vendita di stupefacenti, il traffico di armi, esseri umani/migranti/prostituzione, lo smaltimento di rifiuti tossici, il furto di materiali, il bracconaggio; traffico di opere d’arte o qualsiasi altra attività illegale, compreso il traffico di organi e di minori e la criminalità informatica (cybercrime).

Secondo il grande esperto di criminalità Eric Vernier, che ha incrociato le statistiche dell’ONU, del FMI, della Financial Action Task Force sul riciclaggio di denaro (GAFI) e di ONG specializzate, la ricchezza generata annualmente dalle mafie nel mondo il livello sarebbe di circa 2.000 miliardi di dollari all’anno.

Un altro esperto di cui cito gli studi nel mio libro, Jean de Maillard, parla di “proventi penali lordi” (PCB).

Il confronto con le economie legali è vertiginoso, perché le reti criminali rappresenterebbero poi “l’ottava potenza mondiale” e sarebbero membri del G8 se fossero uno Stato! Il PCB delle mafie è superiore al PIL di paesi come l’Italia o il Brasile (1.800 miliardi di dollari), e paragonabile a quello della Francia (2.100 nel 2019), o addirittura dell’intero continente africano, ovvero quasi il 2% del PIL mondiale.

Va notato che Eurostat ha chiesto ai paesi dell’UE di includere nel calcolo del loro PIL il reddito da droga e prostituzione…


Quanto ai soldi sporchi in generale, rappresenterebbero 7000 miliardi di dollari ogni anno, ovvero il 10% del PIL mondiale, se includiamo in questo dato complessivo il denaro sporco “nero” della criminalità, il “denaro grigio” (piccole frodi o soldi facili), l’abuso dei beni sociali, le falsificazioni patrimoniali e le appropriazioni indebite non di matrice mafiosa.


LD – Secondo lei chi domina chi, tra politica di governo e alta finanza? È possibile invertire la rotta autodistruttiva della governance alterata dai poteri finanziari nel mondo di oggi? E come?


ADV – Certo, l’alta finanza ha un grande potere politico e mediatico-economico, che contribuisce a piegare o nominare leader politici, che è una forma di potere non formale, ma a differenza dei complottisti, non credo che il loro potere sia l’unico e che sia totalmente occulto. Come la scuola americana di scienze politiche, penso che il potere sia spesso poliarchico, multiplo, fatto di incroci di poteri formali, non formali, democratici, oligarchici e ideologici.

L’alta finanza ha un grande potere politico e mediatico-economico, che contribuisce a piegare o nominare leader politici… una forma di potere non formale… Ma non credo che il loro potere sia l’unico e che sia totalmente occulto.

Perché il potere del denaro non è tutto: I Greci ci hanno insegnato il potere del Verbo (della Parola).

“En archè Logos” (n.d.r.: in greco antico, in principio era il Logos: Il Pensiero), o per gli antichi Romani, in espressione latina e secondo il Vangelo di San Giovanni “In principio erat Verbum”.


Nel mio libro e nei precedenti, io menziono spesso, tra le soluzioni, o per controbilanciare il potere anti o poco democratico dell’alta finanza e delle multinazionali, tangibili o digitali, che dominano, in questo momento, l’Occidente consumista, le tesi imperiture del grande politologo e sociologo americano Benjamin Barber, che definisce e assimila questo potere economico finanziario e consumista pilotato dagli Stati Uniti: il “Mc World“.

Barber conclude il suo libro “Jihad Versus McWorld” con la promozione di una vera democrazia sovranista, e ricorda che l’unica unità che può fornire agli uomini sicurezza, democrazia, giustizia ed equità non è il progetto globalista tanto promosso da Jacques Attali, Georges Soros e le Multinazionali o imprese digitali, ma lo Stato-Nazione, nel senso nobile, aperto, giuridico del termine, nella tradizione del vero Illuminismo portata avanti dalla prima Rivoluzione francese liberale (1789), Nazione sovrana, spazio di libertà, fraternità, eguaglianza, del Cittadino attore della vita politica.

Nel suo libro “Jihad Versus McWorld” Benjamin Barber conclude … che l’unica unità che può fornire agli uomini sicurezza, democrazia, giustizia ed equità non è il progetto globalista, … ma lo Stato-Nazione, … nella tradizione del vero Illuminismo …, Nazione sovrana, spazio di libertà, fraternità, eguaglianza, del Cittadino attore della vita politica.

Il pericolo attuale è quello di confondere pericolosamente Globalizzazione (fenomeno neutrale di scambi e tecnologie su scala globale) e Globalismo. Ma quest’ultimo non è globalizzazione, bensì un progetto neo imperiale, planetario, poco democratico o antidemocratico, elitario, voluto dalle multinazionali in nome di belle ragioni “diritti umani”, ecc., ma in realtà nel quadro di un’agenda quasi criminale, fatta per sfuggire alle leggi degli Stati, alle tasse, ai giudici, alla democrazia a suffragio universale… Di conseguenza, grande è la tentazione che i nemici di questo cosmopolitismo sradicante e imperialista sprofondino nella reazione totalitaria opposta: l’identitarismo (religioso, etnico), che Barber chiama Jihad ma che di fatto designa secondo lui qualsiasi forma di reazione identitaria vendicativa e intollerante.

Il Globalismo… non è Globalizzazione, bensì un progetto neo imperiale, planetario, poco democratico o antidemocratico, elitario, voluto dalle multinazionali … nel quadro di un’agenda quasi criminale, … per sfuggire alle leggi degli Stati, alle tasse, ai giudici, alla democrazia a suffragio universale.

LD – L’immigrazione, risorsa che ha creato realtà nazionali come gli Stati Uniti d’America, l’Australia e il Canada, diventa problematica quando diventa veicolo di infiltrazione dei fondamentalisti islamici. È il tema di un altro suo autorevole saggio: “Il Progetto, la strategia d’infiltrazione e di dei Fratelli Musulmani in Europa e nel mondo” (Le Projet, la stratégie d’Infiltration et d’entrisme des Frères musulmans en Europe et dans le monde). Come evitare che questa infiltrazione diventi, come durante la caduta dell’Impero Romano, con le Invasioni Barbariche, funzionale alla fine dell’Europa e ad una serie di invasioni e saccheggi come nell’ultimo periodo dell’Impero Romano?


ADV – Nel mio libro “La mondialisation dangereuse”, cito il grande polemologo francese Gaston Bouthoul, che ha dedicato un lungo capitolo del suo grande trattato alle dimensioni demografiche delle guerre.

Secondo lui, gli Stati dispongono in permanenza di giovani di cui l’economia può fare a meno e, quando la natalità è incontrollata e il surplus di giovani è troppo grande, la situazione “demo-economica” diventa “una struttura esplosiva”, con la guerra che comporta sempre il “consumo” o il “sacrificio” di questo surplus di uomini.


Quindi formano quella che Bouthoul chiama una “forza dirompente” o “forza perturbatrice”, utilizzabile per la guerra o per la conquista.


Il legame tra immigrazione, sicurezza, demografia e geopolitica (e quindi islamismo radicale) è dunque evidente. Da questo punto di vista, la combinazione del fatto che l’Unione Europea è entrata in una fase di spopolamento dagli anni 2010 (la sua popolazione non aumenta se non a causa dell’immigrazione da fuori Europa e afro-islamica) e che l’immigrazione clandestina (familiare, e per asilo) è diventata difficilmente controllabile, non può più non avere conseguenze socio-politiche e di civiltà nei paesi europei più colpiti da questo binomio.


Di fronte a un mondo musulmano “re-islamizzato” in modo ultraconservatore (islamismo politico), o addirittura totalitario, le società europee ospitanti non possono essere protette per magia.

Per quanto riguarda l’islamismo radicale che affligge le società aperte ai venti e per quanto riguarda l’immigrazione di massa incontrollata, con le sue conseguenze in termini di shock culturali, sicurezza e difficoltà di integrazione, gli attuali leader politici sono prigionieri della loro utopia multiculturalista e del loro breve termine politico. Perciò, non hanno saputo prevedere niente di meglio.


LD – L’Occidente deve essere orgoglioso di essere la culla della democrazia e non vergognarsi della sua diversità (una civiltà alternativa ai non europei), per usare il lessico della filosofia: questa è la tesi del suo trattato sulla Decolpevolizzazione dell’Occidente. Allora come si crea una koinè (sintesi), un’integrazione pacifica di Xenòs (stranieri) dall’Africa e dall’Asia che non si concluda con l’invasione o l’estinzione culturale o demografica dell’Occidente?


ADV – Se l’odio verso sé stessi, interiorizzato dalle coscienze collettive dell’Europa dopo decenni di apprendimento negativo e insegnamento del disprezzo di sé, è la causa della depressione europea, allora l’auto-riconciliazione e la riaffermazione dei propri diritti saranno la chiave, affettiva e mentale, verso la guarigione, nei termini di una terapia collettiva.

Negli europei, l’auto-riconciliazione e la riaffermazione dei propri diritti saranno la chiave, affettiva e mentale, verso la guarigione, nei termini di una terapia collettiva… Tutto dipende dalla rivalutazione, in questo caso, della “personalità nazionale”: la patria.

Il riarmo morale e psicologico dell’Occidente, dell’Europa, non passerà attraverso la denuncia dell’Altro, né attraverso una nuova Reconquista, o una reazione violenta contro gruppi di capri espiatori erroneamente ritenuti responsabili del declino. Al contrario, come per i depressi, tutto dipende dalla rivalutazione, in questo caso, della “personalità nazionale”, la patria.


Di fronte al pericolo della scomparsa della “voglia di vivere insieme”, che alla fine condanna la Francia a una guerra civile latente e consegna le periferie alla guerriglia urbana, è tempo di rilanciare la macchina della integrazione e ricreare una “voglia di vivere in Francia”.


Come? Non certo continuando a spiegare ai figli dell’immigrazione che la Francia o l’Italia sono nazioni di carnefici crociati, razzisti, xenofobi, islamofobi, fascisti o colonizzatori.


Ma trasmettendo loro l’amore per la patria e l’orgoglio della bandiera, quello che ho chiamato “patriottismo integrativo”.


Perché in Argentina, in Australia, come negli Stati Uniti o in Brasile, ciò che funziona è proprio l’amore per il Paese, il patriottismo che unisce individui di etnie e religioni molto diverse attorno a un destino comune. Non i risentimenti del passato o una negativa ideologizzazione della storia nazionale.

(Ai nuovi cittadini va trasmesso) l’amore per la patria e l’orgoglio della bandiera, quello che ho chiamato “patriottismo integrativo”… In Argentina, in Australia, negli Stati Uniti o in Brasile, ciò che funziona è proprio l’amore per il Paese, il patriottismo che unisce individui di etnie e religioni molto diverse attorno a un destino comune.

Provenendo da una famiglia di Siciliani che soffriva di politiche migratorie molto severe, allora in forza alla Sinistra del Fronte Popolare (molti italiani residenti come noi in Tunisia e dall’Algeria furono espropriati ed espulsi dalla Francia coloniale durante la Seconda Guerra Mondiale), ricordo spesso quanto i miei genitori mi parlavano della necessità di inserirmi, di adattarmi, di amare la Francia, di mostrare la propria gratitudine, di rispettare la sua bandiera, anche quando, a volte, la Francia era stata molto severa ed esigente, fino all’estremo nei confronti anche dei miei genitori (espulsione).


Secondo me, e in virtù del semplice buon senso oltre che dell’esperienza di secoli di vita delle nazioni, non si può spingere nessuno ad amare una civiltà o un Paese, in questo caso la Francia, l’Italia, gli Stati Europa o l’Occidente, se le élite, gli opinion maker e gli istituti di insegnamento di queste società ospitanti non sono più in grado di trasmettere ai propri concittadini l’amor proprio, vale a dire il loro “patriottismo” (l’amore verso i padri o verso la terra dei padri), che da parte mia definirei “patriottismo integrativo”.


Indipendentemente anche dai torti passati della Francia, dagli errori specifici di qualsiasi nazione, qualunque essa sia, perché la storia delle nazioni e della politica è fatta di tante cose belle quanto di atrocità, il “patriottismo integrativo” ha funzionato perfettamente fino a tempi molto recenti.


Una delle grandi sfide per la Francia resta l’integrazione dei francesi di cultura musulmana ed extraeuropea. L’islamismo, così come si presenta oggi, attraverso le organizzazioni cosiddette “ortodosse” (n.d.r.: integraliste), insegnando l’inferiorità delle donne, dei loro nuovi schiavi sottoposti e dei non musulmani, e giustificando l’assassinio degli “apostati”, non è compatibile con i valori della Repubblica e della civiltà occidentale.


E l’Islam d’Europa che si suppone rappresenti i musulmani di Francia è troppo spesso sia un Islam importato dall’estero che da paesi non democratici, quindi un Islam fondamentalista o ultra-ortodosso che è molto difficile conciliare con i valori della Repubblica e dei paesi occidentali.

Se vogliamo evitare una balcanizzazione della Francia e di qualsiasi altro paese europeo, nelle periferie e dovunque ciò avvenga devono essere combattuti fenomeni come il razzismo antioccidentale e anti-bianco, la crescente cristianofobia e giudeofobia, il disprezzo per le donne, con la stessa fermezza e vigilanza con cui si combatte l’islamofobia, il razzismo contro gli arabi, i neri, ecc..

devono essere combattuti fenomeni come il razzismo antioccidentale e anti-bianco, la crescente cristianofobia e giudeofobia, il disprezzo per le donne, con la stessa fermezza e vigilanza con cui si combatte l’islamofobia, il razzismo contro gli arabi, i neri, ecc.

Una buona integrazione richiede quindi la definizione di regole chiare: sì all’Islam come religione privata, no al comunitarismo e alla politicizzazione dell’Islam come sistema teocratico e totalitario di conquista; sì al “diritto di essere diversi”, no alla tirannia delle minoranze e alla sovversione del pluralismo come diceva il grande Giovanni Sartori.

Combattere l’islamismo è tanto difendere gli interessi dei nostri connazionali musulmani, le prime vittime dell’oscurantismo, quanto quello dei non musulmani.


La nazionalità e il successo sociale non sono scontati, si guadagnano attraverso il lavoro e lo sforzo.


LD – Come ricorda, io ho una visione diversa e costruttiva della globalizzazione, che le ho proposto, riflettendo a mia volta sul possibile futuro dell’ONU nel mio recente saggio: Politics and Governance, Aracne, Roma, 2022. Le chiedo, quindi, la sua opinione sul ruolo futuro delle Nazioni Unite e della FAO.

Infine, come armonizzare un mondo composto da molteplici identità regionali e continentali, per arrivare a un villaggio globale (cito l’idea del mondo come villaggio unico caro a Mc Luhan) che sia anche glocale (globale, ma con una sussidiarietà di popoli e culture, la tesi proposta dai filosofi italiani Marramao e Bolaffi)?


ADV – Non credo nel progetto utopico, a mio avviso pericoloso, di governance globale.

Credo alla Cooperazione tra le Nazioni. Ma, come il grande studioso americano John Mearsheimer, penso che legare alleanze internazionali possa causare conflitti e, come De Gaulle, penso che le Nazioni Unite non abbiano mai impedito alle nazioni di dilaniarsi a vicenda, ma, al contrario, hanno permesso ai più grandi di spartirsi il potere mondiale a scapito dei più piccoli.


Quindi, penso che l’idea di Mc Luhan del Villaggio Globale sia bella nelle sue intenzioni, come il progetto di Kant, ma che questa bella idea sia stata pervertita dalle multinazionali, dalle grandi potenze statali e dalle élite capitaliste occidentali (cioè dai più potenti) che hanno trasformato e addomesticato questa idea per servire un’agenda neo-totalitaria e neo-imperiale hard o soft, che si rivolge contro i popoli sempre più poveri e messi in una situazione di “precarietà identitaria”.


Ma Barber ha dimostrato nel suo saggio che se si frustra un’identità, questa reagisce, torna con più forza, in modo violento e compulsivo, come avviene in psicologia con il ” represso sessuale”.